Dry-tooling: allenarsi anche senza ghiaccio

Alla fine degli anni ‘90, pionieri di questa tecnica come Jeff Lowe e Steve Haston tentavano le prime salite a Cogne aprendo le due vie ormai famose “X-Files” e “Empire Strike Back”.

Da allora sono cambiate diverse cose; ciò che un tempo nasceva come allenamento per l’arrampicata su ghiaccio e il misto in montagna, oggi diventa una vera e propria disciplina indipendente.

Il termine Dry Tooling è stato coniato recentemente, ma la pratica non lo è affatto.

Nasce per affrontare cascate di ghiaccio sempre più difficili, dove le candele di ghiaccio sono sospese e quindi è necessario affrontare pareti di roccia per passare da una sezione ghiacciata all’altra.

Oggi esistono vie sportive e falesie interamente dedicate al dry tooling, nonché competizioni come la Coppa del mondo dry o il francese DTS Tour rivolto ad un vasto pubblico che va dall’avvicinamento alla competizione.

Anche l’attrezzatura usata negli anni ha subito una notevole evoluzione, dalle piccozze a manico dritto dei primi anni alle odierne con manico inclinato ed ergonomico, dai primi ramponi agli odierni ultra performanti.

 

  • LE PICCOZZE

La Petzl Nomic e la Ergonomic sono il punto di riferimento per l’ice climb e il dry tooling; l’inclinazione pronunciata garantisce una sospensione prolungata e una maggiore efficacia in trazione, mentre la doppia impugnatura garantisce diverse modalità di presa della picca e cambi mano molto stabili.

Sono chiaramente entrambe accessoriabili con lame da ghiaccio o da dry della stessa casa francese, intercambiabili in base alle proprie esigenze.

Se invece volete davvero una piccozza che racchiuda tutte le caratteristiche ideali per il ghiaccio, il misto e il dry tooling, orientatevi sulle Cassin X-Dream Alpine.

La versatilità garantita da quattro lame intercambiabili (mixte montata di serie, ice, race e total dry) e l’impugnatura con geometria variabile inclinabile, la rendono uno strumento totalmente configurabile e adattabile a trecentosessanta gradi ad ogni situazione.

  • I RAMPONI

Se volete ramponi tecnici e leggeri, adatti per ice climbing, il misto e il dry tooling, la vostra scelta ricadrà sui Petzl Dart.

Sono ramponi modulabili (monopunta corta/lunga, bipunta o bipunta asimmetrica) che si adattano facilmente a qualsiasi situazione, dalla salita impegnativa, al canalone e al dry tooling.

Gli appoggi e gli agganci sono precisi, stabili ed efficaci grazie alle mezze punte laterali e alla loro disposizione.

Se siete orientati invece su un rampone che si adatti più a salite dove si alternano roccia e ghiaccio, valutate l’acquisto dei Grivel Air Tech.

Un rampone tecnico a 12 punte corte in acciaio (8 anteriori e 4 posteriori) che garantisce una posizione salda durante salite, discese e traversi.

È adattabile ad ogni tipo di scarpa, grazie alla barra centrale regolabile, e compatibili con sistemi di allacciatura cramp-o-matic, new-matic, new classic e multimatic. 

Inoltre possiede il sistema “Grivel Proactive Antibott” che pone fine ai problemi di accumulo di neve sotto i ramponi; ad ogni passo, sfruttando la camminata dell’alpinista, scarica la neve che si accumula garantendo stabilità e sicurezza.

Ad oggi questo sistema brevettato rimane il più efficiente e sicuro in tutte le condizioni di neve.

In ultimo segnalo i ramponi monopunta da avvitare, come i Petzl D-lynx per arrampicata su ghiaccio, misto e dry tooling.

L’avvitatura direttamente sugli scarponi (come la Sportiva Mega Ice Evo) o su scarpette (come le Kayland Dry Dragon) se volete scalare in estate, permettono sia un grande risparmio di peso che una maggiore rigidità.

La forma e l’angolo delle punte sono effettivamente studiati per utilizzi professionali di drytooling.

  • CORDE DA GHIACCIO E DRY

La scelta della corda è davvero qualcosa di molto personale, negli anni ho potuto constatare quanto il parere su uno stesso prodotto possa essere così sorprendentemente discordante tra gli scalatori.

Questo probabilmente perché la corda, a differenza di tanti altri strumenti, ha tantissime caratteristiche intrinseche (spessore, morbidezza, lunghezza, peso, trattamento dry, durabilità), che non si possono valutare esclusivamente al momento dell’acquisto, ma che vanno necessariamente testate con l’uso e il tempo.

Il consiglio è quello di valutare non solo in base alle proprie disponibilità, esigenze e attività svolte, ma di considerare soprattutto il feeling che una corda ci regala al momento dell’utilizzo.

Agli scalatori prettamente da ghiaccio e alpinismo tecnico, consiglio di orientarsi sulle Petzl Paso Guide mezze corde dal 7,7 mm con trattamento idrofobo Guide UIAA Dry (da 50m, 60m, 70m), sottili e leggere, particolarmente adatte ad un utilizzo intensivo in condizioni estreme.

Per chi preferisce un prodotto più versatile, usabile sia su vie lunghe, alpinismo e ghiaccio, la corda ideale è la Petzl Rumba.

Con un diametro da 8mm, due lunghezze a scelta tra 50m e 60m e una calza rinforzata, la rendono una corda dall’eccezionale resistenza, anche grazie al trattamento Duratec Dry.

Se siete invece principalmente dei falesisti che ricercano la performance, ma che si concedono anche vie alpinistiche e neve, probabilmente conoscerete già la Beal Joker;

una delle prime corde sottili sul mercato, utilizzabile come singola, doppia e gemella, oggi migliorata con la tecnologia UNICORE e il trattamento Dry Cover per resistere all’umidità, abrasione e polvere.

  • ASPETTO ETICO

Alla fine degli anni ‘60 nello Yosemite si iniziò a notare che il ripetuto inserimento di chiodi da roccia, al tempo effettivamente non c’era tanta scelta per proteggersi, aveva provocato un evidente allargamento e deturpamento delle fessure stesse.

Fortunatamente con l’avvento dei nuts e dei friend accompagnata ad una filosofia dell’utilizzo moderato del martello, portò ad una maggiore tutela delle pareti.

La tecnica del dry tooling, per sua natura, utilizza attrezzatura molto tagliente che con ripetuti passaggi può provocare sulla nuda roccia un evidente deturpamento.

È già successo in passato, fortunatamente in sporadiche falesie, che siano state salite con picche e ramponi itinerari che sono stati letteralmente “grattati”, alterandone irrimediabilmente la morfologia.

Infatti oltre al problema ambientale, si pone anche il problema della modifica dell’itinerario e della sua difficoltà; è evidente che se più di un pezzo di roccia si rompe, la difficoltà aumenta e se una fessura o un buco viene allargata dal passaggio di una becca, la difficoltà diminuisce.

Nell’articolo denuncia di Paolo Caruso, si evince la necessità di prendere una posizione in merito e di dedicare interi settori esclusivamente alla pratica del dry tooling.

Anche sul sito web della guida alpina Riccardo Quaranta, possiamo leggere un estratto che ci conferma quanto il tema sia sentito e ancora attuale:

 

“Per tenersi allenati anche quando il ghiaccio non c’è o è poco, gli ice-climbers usano allenarsi su roccia, sempre adoperando picche e ramponi e in luoghi opportunamente attrezzati (NON quindi sulle falesie usate per l’arrampicata che subirebbero un danno irrimediabile). Questa disciplina si chiama dry-tooling, alcune falesie dedicate si trovano anche in centro Italia; di queste quella più a sud è la falesia di Febbre da Cavallo, in Molise.” 

È dunque evidente che l’arrampicata sportiva e il dry tooling non possano coesistere su di una stessa via.

 

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